Mobbing: la guida più completa mai scritta per scoprire le 6 fasi, le sue conseguenze e cosa fare per eliminarlo


mobbing lavorativo

Sei vittima di mobbing lavorativo? Alzarti ogni mattina per andare al lavoro ti agita? L’idea di trascorrere gran parte della giornata a contatto con colleghi e capo ti toglie il respiro? Sono segnali che qualcosa non va, lo sai? Se all’ansia si aggiunge la consapevolezza di essere messo da parte, di non ricevere il giusto riconoscimento per il lavoro svolto o di subire un demansionamento, di essere completamente ignorato se non addirittura di essere sottoposto a soprusi, c’è qualcosa di grosso. Di davvero grosso.

Essere vittima del mobbing sul lavoro è una situazione che ha molteplici conseguenze, dal lato pratico ma anche e soprattutto dal lato psicologico. Conseguenze che si possono affrontare, perché il mobbing si può dimostrare, si può affrontare e risolvere. Se pensi di essere mobbizzato, leggi questo articolo: ti spiego come identificare i comportamenti che configurano il reato di mobbing sul lavoro, ti aiuto a capire come dimostrarlo ecosa fare in caso di mobbing.

Alla fine della lettura saprai come reagire al mobbing, liberartene e soprattutto come ridurre l’ansia e lo stress occupazionale, risolvere tutti i problemi psicologici che sono conseguenza delle prevaricazioni dei colleghi, se sei vittima di mobbing orizzontale, o del capo (se subisci il mobbing verticale).

Avrai la forza di reagire, ti offrirò gli strumenti per sviluppare la tua intelligenza e raggiungere una maggiore consapevolezza della tua forza, delle tue capacità psicologiche e liberarti del problema per sempre!

Pensa, imparerai alcune tecniche che ti faranno capire come ridurre lo stress, come eliminare l’ansia, come riuscire a dormire e a sorridere di nuovo. Basta con le notti insonni, basta con la paura di andare in ufficio, basta con le giornate perse dietro lavoro inutile o senza lavoro da fare! Allora che aspetti! Leggi!

Mobbing: significato

Prima di capire se sei vittima di soprusi sul posto di lavoro, cerchiamo di capire di cosa si tratta: il mobbing non è una malattia che ti colpisce, ma è un insieme di comportamenti di cui sei vittima e che sono messi in atto sul luogo di lavoro. Ripetuti nel tempo, mirano a svilire la tua professionalità e la tua persona, rendendoti difficile se non impossibile stare insieme a colleghi e capi.

Il significato di mobbing in italiano è stato ben spiegato dallo psicologo Harald Ege, principale studioso in materia e primo ad introdurre il concetto di mobbing in Italia, nel 1997:

Con la parola mobbing si intende una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori. La vittima di queste vere e proprie persecuzioni si vede emarginata, calunniata, criticata: gli vengono affidati compiti dequalificanti, o viene spostata da un ufficio all’altro, o viene sistematicamente messa in ridicolo di fronte a clienti o superiori. Nei casi più gravi si arriva anche al sabotaggio del lavoro e ad azioni illegali. Lo scopo di tali comportamenti può essere vario, ma sempre distruttivoeliminare una persona divenuta in qualche modo “scomoda”, inducendola alle dimissioni volontarie o provocandone un motivato licenziamento”.

Il mobbing lavorativo ha effetti terribili su chi lo subisce, una violenza psicologica che danneggia il mobbizzato non solo psicologicamente ma anche fisicamente. Se ne sei vittima, non riesci più a lavorare, perdi la serenità, ti senti smarrito e senza alcuna fiducia in te stesso. Il luogo di lavoro diventa una gabbia e lo stress si ripercuote anche fuori dall’ufficio, rendendoti difficile la vita sociale anche nel tempo libero.

Le conseguenze del mobbing si ripercuotono anche sul corpo, perché i comportamenti vessatori subiti sfociano in disturbi psicosomatici come stati depressivi o ansiosi, uno stato di tensione continua che arriva ad essere incontrollabile. A lungo, se non ci si mette rimedio, questi problemi psicologici possono diventare cronici, causando danni psichici o psicofisici permanenti.

Mobbing lavorativo

mobbing sul lavoro

Come abbiamo visto dalla definizione di Ege, condizione base perché si possa parlare di mobbing è che tutta una serie di atteggiamenti e di azioni vessatori si svolgano sul posto di lavoro, compiute in maniera continuata.

Le cause del mobbing, le motivazioni che spingono colleghi e capi ad accanirsi su di te possono essere svariate, il fine è quello di minare la stima che hai in te stesso e renderti impossibile svolgere le tue mansioni, fino ad andartene. Questo può avvenire in diversi modi, con azioni vessatorie di varia intensità. Pensa a quante volte hai subito critiche violente, espresse davanti ad altre persone in modo da svilire te e le tue capacità: quello è mobbing. È mobbing anche assegnarti incarichi inutili, o ripetitivi, che non influiscono sull’andamento dell’ufficio, non mirano a risultati e che magari sono anche dequalificanti rispetto alla tua preparazione e alle tue competenze. Richieste che vanno oltre o al di sotto delle mansioni stabilite per contratto, o l’assegnazione di incarichi troppo pesanti rispetto alle tue possibilità psicofisiche.

L’obiettivo di emarginarti può essere raggiunto trasferendoti senza giustificazione in un’altra sede, lontano da casa. Chi ti mobbizza cerca di ostacolare in tutti i modi il tuo lavoro: non fornendoti strumenti adeguati od obsoleti, non rendendoti partecipe di notizie e informazioni aziendali. Se sei un precario, l’utilizzo del rinnovo contrattuale come strumento di ricatto e di umiliazione è una forma di mobbing lavorativo. Se sei una donna, il mobbing si può esercitare non rinnovandoti il contratto in quanto donna, in caso di maternità o, ancora peggio, in caso di rifiuto di ricatti di diverso tipo e spesso di tipo sessuale.

Una serie di comportamenti che provocano un forte stress in chi li subisce. Le conseguenze sono ansia e depressione, che possono spingere una persona in difficoltà a gettare la spugna e lasciare il lavoro. Un lavoro magari amato, inseguito e conquistato con grande sacrificio, studio e impegno. Non è giusto! Continua a leggere, perché ti mostro che il mobbing si può combattere, l’ansia si può affrontare e si può tornare ad essere pieni di fiducia, forti e motivati.

Tipi di mobbing lavorativo 

Ci sono due tipi di mobbing sul lavoro: vengono definiti “verticale” e “orizzontale”.

Mobbing verticale

Quando il mobbing sul posto di lavoro viene messo in atto da chi ha una posizione di potere nei confronti di un sottoposto, si parla di mobbing verticale, o bossing: è quando il capo, il dirigente, il quadro o il manager esercitano un abuso di potere nei tuoi confronti.
A volte è proprio un atteggiamento strategico, è una vera e propria strategia aziendale volta a ridurre il personale o ringiovanirlo, fino all’obiettivo di eliminare uno specifico lavoratore indesiderato, isolandolo al fine di fargli lasciare il lavoro.

Il mobbing verticale si manifesta con ricatti, minacce, rimproveri, veri e propri sabotaggi, screditamenti, compiti degradanti o impossibili, richiami disciplinari: l’obiettivo è isolarti, bloccarti la carriera, toglierti l’aria in modo che tu te ne vada. Tutti questi atteggiamenti permettono a chi li esercita di scavalcare tutte le norme previste dal diritto del lavoro o frutto di accordi sindacali e farti perdere tutti i diritti.

Se sei vittima di queste vessazioni, dopo qualche tempo potresti manifestare forti sintomatologie psicosomatiche: ansia, sbalzi d’umore, insonnia, perdita di fiducia in te. Potresti aver bisogno di farmaci per dormire o di psicofarmaci per stare tranquillo, potresti decidere di cominciare a bere, o a fumare. Insomma, perderesti di vista chi sei e dimenticheresti quanto è forte il potere della tua intelligenza.

Mobbing orizzontale

Quando a volerti isolare, emarginare ed eliminare sono i colleghi, si parla di mobbing orizzontale: da chi dovrebbe arrivare collaborazione, complicità, aiuto reciproco, arriva cattiveria, invidia e persecuzione. Pettegolezzi, calunnie, dispetti e isolamento sistematico da parte dei compagni di lavoro possono renderti la vita in ufficio difficile, se non impossibile, gravando sulla tua mente come un peso insostenibile.

Questo tipo di mobbing lavorativo non è ancora molto diffuso in Italia, dicono le statistiche, ma la crisi occupazionale e la sempre maggiore precarietà possono far aumentare anche nel nostro Paese i casi di mobbing orizzontale. Le ragioni? Competizione, carrierismo, invidia: ti elimino così sono più sicuro di restare a lavorare qui, ti denigro così il mio lavoro acquista maggior valore. Una “guerra fra poveri” che rischia di sfociare in forte stress e sintomi psicosomatici anche gravi in chi è vittima di queste persecuzioni.

Mobbing e violenza psicologica

Harald Ege ha individuato sei fasi in cui il mobbing si sviluppa e si manifesta all’interno di un ambiente di lavoro. Le sei fasi del “modello italiano Ege” prendono spunto dallo schema messo a punto dal primo studioso del mobbing, Leymann, che lo ha eleborato sulla base della realtà in cui opera, ovvero quella scandinava. Il modello italiano si compone di sei fasi di mobbing vero e proprio, legate logicamente tra loro e precedute da una sorta di pre-fase, detta condizione zero, che ancora non è mobbing, ma che ne costituisce l’indispensabile presupposto.

La condizione zero è una situazione piuttosto comune nelle aziende italiane, dove il conflitto è fisiologico, viene visto come normale e solitamente accettato. Una situazione in cui tutti sono contro tutti, che non ha una vittima fissa, in cui non c’è volontà di distruggere ma solo di emergere rispetto agli altri e che si manifesta solo occasionalmente, con diverbi, piccole accuse, discussioni e a volte delle ripicche. Rappresenta il terreno fertile per lo sviluppo del mobbing lavorativo.

La condizione zero si verifica quando, nel tuo posto di lavoro, i tempi di consegna per i diversi compiti da svolgere sono sempre stretti, strettissimi, e tutti i lavoratori sono continuamente sottoposti a superlavoro. Se ti capita di restare indietro con una scadenza, difficilmente troverai aiuto e comprensione dagli altri colleghi, anche perché loro stessi si trovano in una situazione simile o uguale alla tua. Anche i loro tempi sono impossibili e non hanno la possibilità di dedicarsi a nient’altro. E poi solitamente in questi ambienti di lavoro la competizione è altissima: chi riesce a rispettare le consegne viene gratificato, chi invece resta indietro è sempre a rischio. E i rapporti tra colleghi inevitabilmente risentono di questo tipo di gestione: non si crea amicizia, non c’è collaborazione né comprensione ma solo gelida cortesia formale.

Prima fase: conflitto mirato

mobbing lavorativo

In questa fase viene in individuata una vittima e verso di essa si dirige la conflittualità generale. Il conflitto fisiologico di base dunque prende una svolta, non è più una situazione stagnante, ma si incanala in una determinata direzione. L’obiettivo cambia: non è più la sola volontà di elevarsi ed emergere, ma proprio di distruggere l’avversario, eliminandolo. Inoltre il conflitto si allarga, superando i confini strettamente lavorativi e invadendo anche la sfera privata.

Il mobbing lavorativo comincia spesso quando chi ne diventa vittima in qualche modo emerge positivamente all’interno del gruppo di lavoro: hai appena portato a termine un compito importante e ciò causa invidia e preoccupazione tra i colleghi, che temono di essere surclassati ingiustamente. E per questo vieni preso di mira, isolato, preso in giro.

Seconda fase: inizio del mobbing

Le persecuzioni da parte del mobber cominciano ad intaccare la serenità della vittima, che percepisce un cambiamento nei rapporti con i colleghi e inizia a farsi delle domande su quanto accade e comincia a provare fastidio e disagio.

Dalle battutine acide si passa a veri e propri attacchi: vieni accusato di trattare con sufficienza e con superbia gli altri, ogni problema che emerge è colpa tua, perché hai deciso di voler fare tutto da solo, di volerti far vedere dai capi e avvantaggiarsi. La freddezza si fa palese, l’atmosfera sempre più pesante e tu cominci a chiederti cosa hai fatto per meritarti tutto questo.

Terza fase: primi sintomi psicosomatici

La vittima comincia a manifestare dei problemi di salute: principalmente insonnia, ansia quando arriva in ufficio, problemi digestivi e senso di insicurezza. Questa situazione può protrarsi anche per lungo tempo.

La situazione al lavoro diventa il tuo chiodo fisso, non riesci a non pensare al trattamento che ricevi in ufficio e perdi il sonno, ti svegli in preda agli incubi e ti tremano le gambe quando entri al lavoro. Capisci che è difficile se non impossibile rimediare alla situazione e entri in lieve depressione.

Quarta fase: errori ed abusi dell’amministrazione del personale

A causa dei malesseri causati dalla tensione al lavoro, sei costretto ad assentarti per malattia. E sono le assenze, che diventano frequenti, a innescare questa fase: il settore dell’azienda adibito all’amministrazione del personale nota le assenze ripetute e in genere indaga. Ma l’indagine è diretta solo a te, non si estende anche alle motivazioni che ti hanno spinto a mancare dal lavoro. Ed è questo atteggiamento che spinge l’ufficio personale all’errore, spesso inviando richiami disciplinari a te che sei la vittima e non approfondendo i motivi delle tue assenze. Nel frattempo, quando riesci ad andare in ufficio, continui a subire le angherie del tuo aguzzino, peggiorate dal fatto che sei stato assente.

Quinta fase: serio aggravamento della salute psico-fisica della vittima

All’ansia e allo stato depressivo si aggiunge una situazione di vera disperazione: le forme depressive si aggravano, ormai per andare avanti devi ricorrere a psicofarmaci. Ma le medicine sono solo un palliativo, perché la situazione al lavoro resta insostenibile. Anzi, tende a peggiorare.

Gli errori da parte dell’amministrazione infatti sono di solito dovuti alla mancanza di conoscenza del fenomeno del mobbing e delle sue caratteristiche. Conseguentemente, i provvedimenti presi sono non solo inadatti, ma anche molto pericolosi per la vittima. Finisci col convincerti di essere la causa di tutto o di vivere in un mondo di ingiustizie contro cui nessuno può nulla, precipitando ancora di più nella depressione

Sesta fase: esclusione dal mondo del lavoro

Questo è l’epilogo peggiore, il successo del vessatore sul vessato: l’abbandono del posto di lavoro, l’uscita di scena della vittima. Dimissioni volontarie, ricorso al pre-pensionamento oppure licenziamento. Ma anche per motivazioni gravissime e traumatiche: suicidio, sviluppo di manie ossessive, omicidio o vendetta sul mobber. Anche questa fase è preparata dalla precedente: la depressione porta la vittima a cercare una via d’uscita, ma se la disperazione è più seria le conseguenze possono essere estreme.

Ormai non reggi più la pressione e ti dimetti. Non sai se e quando potrai riprendere a lavorare. Hai solo bisogno di rimettere insieme i pezzi di te stesso, ritrovare la fiducia e la salute.

Soggetti del mobbing lavorativo

Individuato il crescendo di isolamento e di disperazione che caratterizza il mobbing, bisogna capire quali sono i soggetti che sono coinvolti nel fenomeno: ci sono ovviamente un aguzzino e la sua vittima, ma in queste dinamiche sono coinvolti anche altri soggetti, i cosiddetti “spettatori” e la famiglia della vittima.

Gli spettatori del mobbing lavorativo sono tutte quelle persone, colleghi, superiori, addetti alla gestione del personale, che non sono coinvolti direttamente, ma che in qualche modo vi partecipano, lo percepiscono, lo vivono di riflesso. La funzione che lo spettatore ricopre all’interno del posto di lavoro ha un’importanza cruciale per lo sviluppo del mobbing. Come il ruolo del mobber dipende sostanzialmente dalla sua posizione gerarchica (cioè da quanto potere effettivo può mettere nella sua azione), così anche quello dello spettatore diventa fondamentale nella sua capacità di influenza sul mobbing. Per esempio, se lo spettatore è un neo-assunto, precario, in formazione, allora è comprensibile che potrà fare ben poco; se invece è in una posizione gerarchica più alta, potrà (o potrebbe) mettere fine o far proseguire il processo.

Se uno spettatore non agisce, molto spesso si può trasformare a sua volta in aggressore. Un collega che assiste al mobbing e non lo denuncia o non cerca di interrromperlo in qualche modo può diventare lui stesso un mobber di riflesso (Ege lo definisce side-mobber), favorendo il processo vessatorio con la sua indifferenza e la sua non disponibilità ad intervenire. I colleghi non direttamente coinvolti hanno in mano la chiave di volta per permettere o non permettere l’azione del mobber nel loro ufficio. Nel mobbing, più che in altre situazioni, chi tace inesorabilmente acconsente.

Mobbing in famiglia: il doppio mobbing

Questo tipo di processo è stato individuato da Ege con particolare riferimento alle dinamiche interpersonali tipiche del nostro Paese, dove i legami familiari sono molto forti e presenti nella quotidianità dei singoli individui. La famiglia è molto partecipe della vita personale di ogni suo componente, interessata e coinvolta sia del lavoro sia del privato, sostiene ciascun membro nei momenti di difficoltà ed è partecipe e presente anche quando si fa da parte, pronta a offrire sostegno, aiuto e consigli al bisogno.

La famiglia di una vittima del mobbing è coinvolta quindi in questa penosa situazione: chi lo subisce con grande probabilità ne parlerà con i suoi familiari, cercherà sostegno. Quando la situazione in ufficio diventerà insostenibile, però, la famiglia conseguentemente diventerà un luogo in cui sfogare i sentimenti di rabbia, insoddisfazione o depressione accumulati in ufficio. Inizialmente la famiglia assorbirà i colpi, cercando di aiutare in ogni modo la vittima, offrendo comprensione e protezione. Anno degli squilibri, inevitabilmente, ma la falla verrà tamponata.

Ma questo è un processo temporaneo: il mobbing lavorativo non è una crisi passeggera, è un lento stillicidio che dura nel tempo e la sua forza distruttrice colpirà inesorabilmente anche la famiglia proprio nel lungo periodo. Le sofferenze della vittima, continuamente scaricate ai familiari, per mesi, a volte per anni, logorano le energie di tutti finché entrerà in crisi anche la famiglia.

Infatti, nel momento in cui la vittima si sfoga, è come se delegasse i suoi familiari a gestire la rabbia, la depressione, l’aggressività, il malumore accumulati. E giorno dopo giorno, per mesi e anni, ci si avvicina sempre di più alla saturazione. Se questo avviene, la situazione della vittima di crolla. La famiglia protettrice e accogliente improvvisamente cambia atteggiamento: toglie il sostegno alla vittima per proteggere se stessa dalla distruzione del mobbing, passando alla difensiva. Si tratta naturalmente di un processo inconscio: nessun componente sarà mai consapevole di aver cessato di aiutare e sostenere il proprio caro.

Il doppio mobbing indica la situazione in cui la vittima si viene a trovare in questo caso: sempre bersagliata sul posto di lavoro e per di più privata della comprensione e dell’aiuto della famiglia. Il mobbing a cui è sottoposto è raddoppiato: ora non è solo presente in ufficio, ma continua, a con altre modalità, anche dopo, a casa.

Mobbing conseguenze

Subire vessazioni continue è uno stillicidio di nervi. Se sei vittima delle persecuzioni sul posto di lavoro le conseguenze si ripercuoteranno sulla tua vita privata, sul tuo fisico, sulla tua mente e sul tuo portafoglio.
Sì, perché chi ti vessa ha l’obiettivo di annientarti, metterti da parte, farti rinunciare a tutto: alla tua professionalità, alle tue capacità, alle tue competenze, alle tue sicurezze, alla tua dignità. Uno stillicidio di nervi che sfocerà, se portato allo stremo, alla rinuncia al lavoro, con conseguenti difficoltà economiche. Ma temere di perdere il lavoro non deve farti sopportare: non è possibile stringere i denti troppo a lungo, quando si è vittime di mobbing, perché la mente e il corpo assorbiranno comunque la tensione e reagiranno malamente. Bisogna reagire, nel modo giusto, senza scappare e facendo valere i propri diritti.

Il mobbing è una delle principali cause di stress nell'ambiente di lavoro e può avere ripercussioni molto dannose sulla salute: ansia, panico, isolamento, depressione, alterazioni del ritmo sonno-veglia, vertigini, cefalea e disturbi comportamentali. Il mobbing sul lavoro può portarti anche all’abuso di alcool, fumo, farmaci. Insomma, ti può distruggere la vita.
Leggi bene, perché qui ti illustro come individuare i sintomi dello stress da lavoro dovuti al mobbing: il nervosismo che si accumula in una situazione di mobbing può causare difficoltà respiratorie, tachicardia, cefalea, vertigini, problemi nell'espressione e nelle facoltà comunicative, disturbi gastro-intestinali, manifestazioni dermatologiche e disfunzioni della sfera del sonno e della sessualità.

Se sei vittima di mobbing cominci a lavorare male, perché fai fatica a concentrarti, non riesci a ragionare lucidamente e anche i rapporti sociali, in ufficio e fuori, ne risentono negativamente. In alcuni casi, il disagio lavorativo può sfociare in un vero e proprio “disturbo post‐traumatico da stress”, che si accompagna ad una serie di disturbi di ordine psichico (quali ansia, stato di tensione continuativo e depressione) che sono soliti manifestarsi dopo un trauma psichico acuto cumulativo.

Altre conseguenze psicopatologiche frequentemente riscontrate sono il disturbo dell'adattamento, l'ansia e le alterazioni del comportamento (es. disturbi alimentari, alcolismo, tabagismo, aggressività ecc.). La vittima può manifestare, inoltre, ossessioni, isolamento e depersonalizzazione.
Le conseguenze del mobbing lavorativo comportano gravi disagi non solo per la persona mobbizzata ma anche per l’azienda e verso la società in cui viviamo.

La vittima, infatti, ci rimetterà in diversi ambiti della propria vita privata, come la salute, l’autostima, il tono dell’umore e rispetto ai rapporti con la propria famiglia. L’azienda, d’altra parte, avrà influenze negative oltre che sul clima organizzativo, sulla produttività (è stato calcolato un calo nel rendimento della vittima dell’80%, le assenze per malattia vanno comunque pagate così come il suo sostituto), sulla reputazione aziendale e quindi sulla sua professionalità.

La società, invece, vedrà peggiorate le relazioni interpersonali (la gente tende a portare il conflitto privato al di fuori dal contesto lavorativo e a sfogarsi su ciò che la circonda) ma anche un costo dal punto di vista economico (non solo la persona se ottiene il prepensionamento smetterà di pagare i contributi per la pensione ma inizierà fin da subito a percepire una pensione di invalidità).

Mobbing: cosa fare

Ora che ti ho illustrato in cosa consiste e come si sviluppa questa persecuzione, ti spiego cosa puoi fare per difenderti dai tuoi aguzzini. Cosa fare in caso di mobbing? Intanto ti ricordo che per essere definito mobbing il comportamento vessatorio deve essere perpetrato per almeno sei mesi continuativi. Poi, ci deve essere una posizione di inferiorità, non riferita alla posizione gerarchica all’interno del posto di lavoro ma intesa come status.

L’inferiorità del mobbizzato non è riferita al potere, all’intelligenza o alla cultura: durante un lungo periodo di tempo in cui subisce mobbing, la vittima perde gradatamente la sua posizione iniziale, cioè perde

  • la sua influenza,
  • il rispetto degli altri verso di lui 
  • il suo potere decisionale 
  • non di rado la salute
  • la fiducia in se stesso
  • gli amici
  • l’entusiasmo nel lavoro
  • se stesso
  • la sua dignità.

Se ti ritrovi in questa situazione è ora di reagire. Sappi che la tutela nei tuoi confronti, come lavoratore, è assicurata da diverse norme e leggi: intanto dalla Costituzione, che all’articolo riconosce e tutela la salute come un diritto fondamentale dell'uomo, all'articolo 35 tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni e all'articolo 41 vieta lo svolgimento delle attività economiche private che possano arrecare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.

La tutela della vittima di mobbing lavorativo si estende ovviamente anche al lato pratico, con le norme del codice civile, che prevede due norme fondamentali a sostegno delle vittime di persecuzione sul luogo di lavoro, tutelandole rispetto alle lesioni subite: l’obbligo di risarcimento da parte di chi cagioni un danno ingiusto, e l’obbligo dell’imprenditore di adottare tutte le misure idonee a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale di lavoratori.

Inoltre è prevista tutela anche nello Statuto dei lavoratori, in cui viene stabilita una specifica procedura per le contestazioni disciplinari a carico dei lavoratori, e vengono puniti i comportamenti discriminatori del datore di lavoro. Un’ulteriore tutela la troviamo anche nel Testo unico in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, anche se è a carattere più generale.

La vittima di mobbing sul lavoro è tutelata anche dal codice penale: il mobbing non è reato ma chi lo perpetra può causare delle conseguenze gravi riconducibili al reato di lesioni personali.

Mobbing sul lavoro come dimostrarlo

Come reagire al mobbing lavorativo? Denunciando, sollevando la testa e facendo valere te stesso. Prima di denunciare il tuo capo o i tuoi colleghi però, è necessario raccogliere le prove delle vessazioni subite. Ci vuole forza, e pazienza. Bisogna resistere alla tentazione di mollare tutto e dimettersi. Se ti dimetti, la dai vinta al tuo persecutore e peggiori la tua situazione.

mobbing sul lavoro come dimostrarlo

Raccogli le prove del mobbing lavorativo tenendo un diario di tutte le azioni persecutorie nei tuoi confronti: data, orario, in cosa è consistita l’azione mobbizzante, se qualcuno ha assistito e quali conseguenza dal punto di vista psicofisico ogni azione ha avuto. Metti da parte documenti se ce ne sono e trovati degli alleati: colleghi disposti a sostenerti nella battaglia e pronti a testimoniare. E non escludere la tua famiglia, anzi parlane con i tuoi cari e affronta insieme a loro questo percorso.

Una volta raccolte le prove, puoi rivolgerti a uno sportello mobbing che esiste in diversi Comuni italiani, o scegliere un avvocato convenzionato o un legale specilizzato in mobbing sia per fare un tentativo di conciliazione sia per avviare il ricorso al giudice del lavoro. Puoi denunciare la situazione alle autorità competenti, e puoi chiedere un risarcimento dei danni in sede civile, rivolgendoti ad un avvocato o ad un avvocato patrocinio a Spese dello Stato in materia civile.

Fai vedere che ci tieni:

potrebbe piacerti anche...

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

{"email":"Email address invalid","url":"Website address invalid","required":"Required field missing"}
Vai alla barra degli strumenti