Stai per scoprire cosa è lo Straining e come sta rovinando le tue giornate anche se non lo sai


straining

Photo by Tim Gouw on Unsplash 

Se hai problemi in ufficio, se è successo qualcosa tra te e i tuoi superiori che ha cambiato la tua attitudine verso il lavoro e ti ha fatto stare male, se non riesci a liberarti di quel malessere, qualcosa non va: potresti essere vittima di straining.

Il lavoro occupa una parte importante della vita di ciascuno di noi: è importante per vivere una vita dignitosa, costruire un futuro per noi stessi e per la nostra famiglia, è il mezzo attraverso il quale realizzare sogni e desideri, è ciò su cui tutti abbiamo investito tempo e fatica per ottenerlo. Gran parte delle nostre giornate le trascorriamo sul posto di lavoro, insieme a persone che non abbiamo scelto ma con le quali ci dobbiamo rapportare, volenti o nolenti.

La serenità sul posto di lavoro quindi è fondamentale, e quando per qualche motivo viene a mancare, a risentirne è la vita non solo in ufficio ma anche al di fuori. A causare la rottura dell’equilibrio, a volte irrimediabilmente, può essere anche solo un episodio. Un evento così dirompente da rovinare per sempre il rapporto tra te, i tuoi superiori e il tuo lavoro. Ansia, depressione, insonnia possono sopraggiungere in seguito ad un episodio inaspettato, che viviamo come ingiusto e che ha conseguenze durature sulla nostra vita professionale.

Lo stress sul lavoro: cosa è lo straining?

Lo  straining è una situazione che si trova a metà strada tra lo stress occupazionale e il mobbing, ovvero un’insostenibile pressione che configura anche un comportamento illegittimo.

La definizione del fenomeno dello straining è stata elaborata dal professor Harald Ege, psicologo del lavoro che ha contribuito tra l’altro a definire il mobbing in Italia, nel corso di un processo per mobbing qualche anno fa. Deriva dal verbo inglese to strain, che significa “mettere sotto pressione”. Questa definizione è entrata nella Giurisprudenza italiana attraverso l'ormai famosa sentenza n. 286 del 21.04.05 del Tribunale del Lavoro di Bergamo, la prima in tema di straining pronunciata in Italia.

Con il termine Straining si intende una situazione di stress forzato sul posto di lavoro, in cui la vittima subisce almeno una azione ostile e stressante, che ha come conseguenza un effetto negativo costante e permanente nell'ambiente lavorativo. Oltre a questo, la vittima è in persistente inferiorità rispetto alla persona che attua lo straining (strainer) e lo straining viene attuato appositamente contro una o più persone, ma sempre in maniera discriminante.

Nello specifico si parla di una situazione conflittuale, in cui il lavoratore che ne è vittima ha subito delle azioni ostili limitate nel numero e distanziate nel tempo, ma che hanno comportato conseguenze negative costanti e permanenti nella condizione lavorativa. È una versione più blanda del mobbing, il quale per potersi configurare comporta un accanimento prolungato e continuo (per almeno sei mesi) sulla vittima. 

A volte lo straining viene confuso con lo stress occupazionale: l'Istituto Nazionale della Sicurezza e Salute Occupazionale definisce lo stress occupazionale come “ reazioni nocive fisiche ed emozionali che si verificano quando le esigenze lavorative sono superiori alle capacità, alle risorse o alle necessità del lavoratore”.

Ma, a differenza dello stress occupazionale, nel caso dello straining la vittima vive la situazione conflittuale e l’evento di rottura in maniera più violenta, identificandolo inizialmente come mobbing perché nell’azione di straining vi è una palese componente di discriminazione e di intenzionalità. Il legame tra straining e stress occupazionale è evidente, oltre che intuitivo: in una situazione di straining, l'aggressore sottomette la vittima facendola cadere in una condizione particolare di stress con effetti a lungo termine.

La situazione è simile, ciò che la rende più pesante è proprio la caratteristica di discriminazione verso una persona o un ristretto gruppo di persone. L’azione vessatoria è esplicitamente diretta a colpire una determinata persona o un determinato gruppo di persone.

In cosa consiste lo straining

Photo by Edwin Andrade on Unsplash

Lo straining, abbiamo visto, consiste in un’azione isolata o diverse azioni a distanza di tempo, che provocano però un cambiamento negativo sostanziale nella condizione lavorativa: l’improvviso aumento o diminuzione drastica del carico di lavoro, oppure la privazione totale del carico di lavoro, l’isolamento fisico o relazionale, oppure la passività o la completa indifferenza nei confronti della vittima.

Il lavoratore (o il gruppo di lavoratori) che ne è vittima subisce un fortissimo stress, che può derivare per esempio dal demansionamento, da un trasferimento in una sede lontanissima da casa, dallo spostamento in una stanza isolata, dall’assegnazione di un carico di lavoro eccessivo o di lavoro che va oltre le sue capacità e le sue competenze, o può essere costretto a incarichi minori o umilianti, fino addirittura ad essere messo da parte senza avere nulla da fare.

Pur non trattandosi di mobbing sul lavoro, le vittime di queste situazioni presentano ugualmente serie ripercussioni non solo sulla salute in senso stretto, con sintomi psicosomatici anche gravi, spesso sconfinanti nella patologia vera e propria, ma anche a livello di autostima e di qualità di vita in senso lato. L’azione di straining fa perdere la serenità, la voglia di andare sul posto di lavoro, di fare il proprio lavoro, di essere produttivi e impegnati.

Perché si configuri lo straining quindi il lavoratore deve aver subito almeno una azione negativa, che non si è esaurita e continua a far sentire gli effetti a lungo termine e in modo costante. La vittima viene confinata in una posizione di costante inferiorità rispetto ai suoi aggressori: l’azione che lo ha causato lo ha privato della capacità e della possibilità di agire per gestire il conflitto e difendere se stesso e i propri diritti.

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Il concetto di straining in giurisprudenza

Il concetto di straining, ad indicare il fenomeno che abbiamo illustrato, è stato introdotto in giurisprudenza proprio per distinguere queste azioni da quelle più generali che definiscono lo stress occupazionale e da quelle più gravi e specifiche che configurano il mobbing.

Questa situazione, abbiamo visto, viene definita dal Tribunale del lavoro di Bergamo, nella sentenza n. 286 del 2005, in cui viene visto come “una situazione di stress forzato sul posto di lavoro, in cui la vittima subisce almeno un effetto negativo nell’ambiente lavorativo, azione che, oltre ad essere stressante, è caratterizzata anche da una durata costante. La vittima è, rispetto alla persona che attua lo straining, in persistente inferiorità. Lo straining viene attuato appositamente contro una o più persone, ma sempre in maniera discriminante”.

La sentenza citata è la prima in Italia sull’argomento e ha definito i contorni di una fattispecie molto particolare, nella quale, a differenza del mobbing, i comportamenti vessatori da parte del datore di lavoro non presentano i caratteri della frequenza e della ripetitività, potendosi concretizzare anche in una sola azione ostile nei confronti del lavoratore. Quello che definisce lo straining in particolare è la permanenza nella vittima di una condizione psico-fisica di disagio sul luogo di lavoro.

Il bene tutelato in tale caso si identifica da una parte con la salute e l’umana dignità del lavoratore e, dall’altra, con la professionalità e la capacità dello stesso di produrre reddito.

Un’importante pronuncia in materia proviene dalla Corte di Cassazione (sentenza 3 luglio 2013, n.28603) che ha accolto il ricorso di un dipendente di banca, il quale era stato relegato a lavorare in un “vero e proprio sgabuzzino, spoglio e sporco, con mansioni dequalificanti, meramente esecutive e ripetitive”. Questa situazione aveva causato al lavoratore una grave lesione, consistita nella “causazione di un’incapacità di attendere alle proprie ordinarie occupazioni per un periodo di tempo superiore a 40 giorni”.

La differenza tra mobbing e straining

Perché vi sia mobbing sul lavoro si deve configurare una situazione di conflittualità sistematica, persistente e in crescendo: la vittima o le vittime sono costantemente oggetto di atti persecutori, con l’intento preciso di causare alla vittima danni di diversa gravità. Annullare l’altro, che si trova nell’impossibilità di reagire in modo adeguato agli attacchi, costringerlo a sottomettersi o a mollare il lavoro.

Lo stress a cui è sottoposta una vittima di mobbing comporta effetti di gravità crescente nella mente e nel corpo: disturbi psicosomatici, alterazioni del sonno e dell’umore, incapacità di relazionarsi sul posto di lavoro e anche al di fuori.

Le differenze rispetto allo straining sono abbastanza nette: il mobbing è un fenomeno che non è costituito da una singola condotta, né potrebbe esaurirsi semplicemente in essa, ma che si traduce in un vero e proprio attacco alla vittima, in un conflitto mirato, caratterizzato da un chiaramente percepibile intento persecutorio. Scopo di tale condotta è la “eliminazione” del lavoratore indesiderato, attraverso il compimento di una pluralità di atti, casualmente legati l’uno all’altro, ma posti in un rapporto di evoluzione crescente. Perché vi sia mobbing si devono verificare due condizioni: frequenza e ripetitività nel tempo.

In definitiva quindi il confine fra le due situazioni di conflittualità è rappresentato dalla presenza o meno della continuità delle azioni negative, proprie del mobbing e non dello straining. Quest’ultimo, infatti, si può realizzare anche con una singola condotta. Basta una sola azione vessatoria a configurarlo purché, però, questa azione abbia effetti duraturi nel tempo.

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